L'odio
Ci dev'essere qualcosa di sbagliato nel cuore dell'uomo moderno. Uno spirito inaudito di
violenza soffia dentro la società del libero mercato e la gonfia di una nuova barbarie
globale. Sono le 8,55 dell'11 settembre 2001 a New York, le 14,55 in Italia. Un aereo
carico di persone viventi viene dirottato contro una delle Twin Towers a Manhattan.
L'evento è seguito praticamente in diretta da milioni di spettatori. Poco dopo, un altro
aereo civile è pilotato dai terroristi contro la seconda torre. I due grattacieli, che
ospitano la sede del World Trade Center, orgoglio e fasto del commercio statunitense,
crollano con il loro contenuto umano: migliaia di impiegati, come ogni mattina, si
trovavano già ai loro posti di lavoro. Una nera nuvola di dolore e di morte s'innalza nel
cielo di Manhattan, e un'altra nube funebre si sprigiona poco dopo dalle mura del
Pentagono. Esse testimoniano tutto l'odio, l'intolleranza e la ferocia insiti nei rapporti
fra uomini appartenenti a culture diverse, oggi. Si direbbe che l'alta tecnologia,
l'intelligenza geniale, le splendide invenzioni covino nel proprio seno la serpe di una
nuova barbarie.
Da pochi decenni erano finiti i grandi stermini dovuti alle differenze ideologiche ed a
concezioni del mondo antagonistiche: stati democratici contro stati nazifascisti, libertà
contro dittatura, capitalismo liberale contro comunismo. Negli ultimi anni abbiamo
assistito ad un cambiamento significativo nelle motivazioni che danno luogo ad una guerra.
Abbiamo letto di eccidi tribali, di pulizie etniche, di omicidi razzisti, di
espropriazione della terra da parte di un popolo (l'israeliano) ai danni di un popolo di
razza e religione diversa (quello palestinese). Sembrava che, dopo il crollo delle
ideologie, la violenza nel mondo diventasse sempre più un fatto locale, dovuto
all'insania dei cuori. Ma ora, con l'indicibile orrore scatenato dal fondamentalismo
islamico, ci troviamo di fronte ad una nuova, feroce antinomia: Islamismo e Occidente.
Dal punto di vista della comunicazione, i termini della questione si precisano con
chiarezza sufficiente. Ciò che le società organizzate non sopportano è la vicinanza
dell'Altro: di un Altro che ha necessariamente origini, regole e tradizioni diverse.
L'Altro ha una sua cultura, la quale non appartiene alle mie tradizioni: vede il mondo con
uno sguardo che mi è estraneo. L'altro non possiede i mezzi di produzione che sono nelle
mie mani, né la mia tecnologia. Perciò l'Altro merita di essermi subordinato. Se questo
Altro mi parla, non lo ascolto. Dalla sua bocca non può uscire niente d'interessante per
le mie orecchie, soprattutto quando chiede di limitare i miei profitti a suo vantaggio. La
mancata sopportazione della diversità non riguarda il campo delle divergenze filosofiche,
ma quello dell'utilità pratica e delle convenienze: si iscrive nella lotta per la
sopravvivenza del potere.
Questa opposizione verso le differenze ha attecchito nella società
civile, quella evoluta tecnologicamente, democratica e liberale: la nostra. Tutti i
diversi hanno dovuto lottare duramente per affermare i loro diritti: gli operai dapprima,
poi le donne, i giovani, gli omosessuali, i portatori di handicap, gli immigrati. Dai
vertici della società, l'opposizione verso le differenze è scivolata fino all'interno
della famiglia: gli omicidi tra congiunti, i matricidi compiuti da adolescenti, gli
assassinii fra bambini sono in vistoso aumento. Diversità di status, di sesso, di razza,
di etnia, di lingua, di religione, di generazione, di comportamenti, di posizione
gerarchica, sono state viste come l'espressione di una colpa, di uno sbaglio da eliminare
radicalmente. Si tratta, sempre, di una questione di potere. Il diverso deve rimanere ai
margini. Se non è in grado di sottostare, se supera una certa soglia di insubordinazione,
e minaccia gli equilibri del mio Io, va eliminato. All'origine di questi fatti deve
esserci una sovrabbondante dose di narcisismo. Il gruppo umano al quale io appartengo è
il migliore del mondo. La mia razza, il colore della mia pelle, la mia nazione, il mio
sesso, la mia cultura, la mia religione, il mio ceto sociale, la mia età sono superiori a
qualunque altro.
Godono della protezione divina. Dio sta dalla mia parte, "Gott mit
uns", com'era scritto sulle cinture dei soldati nazisti. Quando il narcisismo
individuale confluisce nel narcisismo di gruppo, esistono le condizioni per la nascita
dell'intolleranza e dell'odio. Il diverso è un sottoprodotto, una sottomarca di umanità.
E' fatto in modo sbagliato. Se fosse giusto e nobile sarebbe come me. |
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In
conclusione: il diverso non ha valore alcuno. Il valore che gli manca intrinsecamente,
egli può acquistarlo soltanto in un modo: diventando simile a me. Questo riconoscimento
della mia superiorità culturale sulla sua civiltà d'origine, sarà sufficiente a fargli
perdonare alcune "stranezze": le credenze religiose, il colore della pelle, gli
abiti che indossa, il cibo che è solito mangiare. Ma ormai, se vuole vivere nella
società che rappresenta la punta di diamante della storia umana, ed è privilegiata da
Dio, il diverso deve accettare le regole del nostro gioco, per esempio parlando la nostra
lingua e accettando la nostra società di mercato. Questo lo renderà un po' meno diverso
e quindi, se non accettabile, almeno tollerabile.
Il mancato rispetto della diversità sta provocando al mondo i dolori più cocenti. In
natura è proprio la diversità, invece, a comporre la bellezza e l'unità del creato.
Fiori dalle mille tinte e forme diverse suscitano la nostra ammirazione, e la stessa
foresta ospita uccelli di specie molto differenti. L'eguaglianza delle forme è monotona.
Nella società globale sembra al contrario che abbia preso campo una nuova forma di
manicheismo. Tu, il Diverso, rappresenti il Male. Io, Prototipo del vero Uomo, sono certo
d'impersonare il Bene. Questa concezione antagonistica non può che provocare
contrapposizioni, diseguaglianze e sangue.
Quando l'ingiustizia raggiunge un tale grado di profondità da non essere più tollerata,
nasce nel cuore degli uomini un odio direttamente proporzionale alla causa che l'ha
generato1. E superata una certa soglia, l'odio diventa esplosivo: provoca atrocità che
saremmo lieti di non poter chiamare umane. Il potere politico risponde a sua volta con
l'odio, in una catena di atrocità senza fine. Cristo aveva messo in evidenza questo fatto
duemila anni or sono.
La prima cosa ad essere toccata dalla violenza, nel corpo, è la pelle. Un italiano,
scampato abilmente alla morte in una delle Twin Towers, ha raccontato di aver visto una
signora scappare in mezzo alla folla che cercava scampo dal massacro. Questa signora aveva
perso la pelle sulla superficie intera del corpo e mostrava la sua carne. Camminava
tranquillamente, incolonnata tra i fuggiaschi. Un bambino africano, nel corso di conflitti
etnici, è stato fatto prigioniero e arrostito sulla graticola. Dopo la sua liberazione
egli ha raccontato la vicenda, esibendo i segni indelebili rimasti sul suo volto. Un altro
esempio d'intolleranza, dovuta al disprezzo delle diversità, è lo strangolamento di un
ragazzo ed una ragazza indiani, appartenenti a due caste diverse. I genitori di lei li
hanno strangolati lentamente, con la corda che si usa per i bufali, per punirli di essersi
parlati1. C'è da supporre che la maggior parte delle torture documentate da Amnesty
International, comandate da regimi dispotici, avvenga attraverso la pelle. Il sistema
delle caste, in India, costringe 180 milioni di persone nel ruolo di
"intoccabili" (non si può toccare la loro pelle). Vivono raccogliendo i rifiuti
nelle discariche.
La ferocia e l'infamia sono ovunque in crescita. I malviventi non si limitano a rubare,
uccidono. Un senso di morte e di efferatezza si leva dal pianeta globale come il profumo
di un fiore velenoso. Ci dev'essere molta voglia di morire, segno che la vita organizzata
sul pianeta dalla nostra civiltà è difettosa. Deve esserci un ingranaggio che manca, una
grave lacuna in qualcosa di essenziale. In caso contrario, l'esistenza dell'umanità non
sarebbe così miserabile come quella che si presenta ai nostri occhi. L'odio, ad un
livello più alto che l'indifferenza, impedisce la comunicazione tra gli uomini. Lo scopo
di questo studio è trovare dei modi alternativi che rendano possibile il dialogo tra le
persone, i gruppi, gli enti, gli Stati, le culture. Un modo che consenta la conoscenza
dell'Altro, la comprensione del suo modo di essere, l'accettazione del suo punto di vista
qualora questi si presenti con i criteri dell'equità e della giustizia.
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